BAR, CASTAGNE E FUGA DI CERVELLI

l’OFFICINA DI PAESTUM

Il patrono è Santa Sinforosa, per amici e compaesani cono-
sciuta anche come Zimbarosa. Pronunciando la Z sorda con
cattiveria e soffermandoci un tempo prolungato sulla nostra
occlusiva bilabiale “b”, il suono che ne viene fuori è melodia
alla stato puro. Attrazione principale che poi tanto attrazione
non è, considerando l’impossibilità di visitarlo, essendo pro-
prietà privata, è il famoso castello feudale Filomarino, fatto
costruire da Federico II di Svevia.
-“Salve, buongiorno vorremmo visitare il castello.”
-“Mi dispiace, sono appeno uscito dalla doccia, passate un
altro giorno.” Funziona più o meno così.
Quando si sta per entrare nel territorio rocchese si legge “Città
di Roccadaspide, paese delle castagne”.
Oltre all’invalicabile dubbio, presente ancora oggi, se siamo
paese o città, è giusto menzionare il nostro marrone, il nostro
frutto, il nostro fiore all’occhiello, il nostro tesoro (o almeno
fino a qualche anno fa) la nostra indiscussa punta di diamante:
la castagna! In prima elementare ci fecero imparare una poesia
che, non so come sia possibile, a memoria la ricordo ancora.
“C’è un frutto rotondetto
di farina ha il sacchetto
se lo mangi non si lagna
questo frutto è la castagna…
Carina, vero? L’autore? Sconosciuto. Si sarà suicidato dopo
averla scritta. Purtroppo negli ultimi anni i nostri castagneti
sono stati colpiti dal cinipide galligeno, un insetto asiatico
che, stanco dell’Oriente, ha deciso di trasferirsi qui da noi.
D’altronde come e perché impedirglielo? Anche lui è libero
di viaggiare. Noi comuni esseri umani non siamo insetti ep-
pure abbiamo fatto disastri peggiori. Abbiamo anche uno stra-
ordinario centro storico. Una vera e propria meta turistica, un
luogo ricco di movimento e di cosa da vedere. Un posto che
vale la pena visitare. Ecco, questo è quello che vorrei scri-
vere… ma non posso. Il centro storico cade a pezzi.
Sarebbe bello vederlo restaurato, sarebbe ancora più bello vi-
verlo! Un centro storico di murales, di artigiani, di piccole
botteghe. Potrebbe essere un polo turistico ma, sfortunata-
mente, è abbandonato a se stesso. È come una bella donna ma
sporca e con stracci addosso, è come un mare inquinato, è
come un bosco incendiato e ricoperto di cenere. Ma se cer-
chiamo un colpevole non dobbiamo fare altro che guardarci
allo specchio. La colpa è solo nostra e di nessun altro.
Qualche anno fa a Roccadaspide prese vita una festa… la festa
delle feste: le notti dell’aspide! Una festa di musica, vino, arte,
una festa di persone pronte a collaborare per il piacere di farlo.
Bambini ed anziani a lavorare insieme. Tutti a dare una mano.
Tutti con le lacrime agli occhi quando per tre giorni e tre notti
il paese era stracolmo di persone. Un fiume di gente inondava
le strade e i vicoli, i negozi aperti fino a tardi, artisti da ogni
luogo d’Italia che suonavano, dipingevano, fotografavano, bal-
lavano e facevano l’amore. L’amore con la cultura. Vita e sa-
pere. Arte e divertimento. Lavoro e soddisfazione. Era
fantastico… semplicemente fantastico. Ma ancora una volta,
come sempre, i soldi e il potere hanno rovinato tutto. I soldi e
la politica non creano, bensì… distruggono. Non dimentichia-
molo mai. E così adesso le iniziative sono tante e sono belle,
dalle strada da asfaltare, ai lampioni da mettere, ai bar da
aprire… sì altri bar, sempre più bar. Apriamo altri bar.
Però poi, seduti davanti al bar, ci si lamenta che i nostri paesi,
le nostre realtà, stanno lentamente morendo. I giovani vanno
via, le attività chiudono, non c’è lavoro, non c’è speranza, non
c’è futuro. C’è solo tanta voglia di bere. Si beve per non pen-
sare. Invece dovremmo pensare, anzi più che pensare, do-
vremmo riflette e agire soprattutto. Abbiamo la possibilità di
vivere in un luogo magico, nella natura incontaminata, lontani
dall’inquinamento e dal caos della vita cittadina. Abbiamo i
mezzi e le risorse per vivere dignitosamente, per dare a tutti la
possibilità di lavorare, per creare un futuro migliore ma senza
un motivo reale, non vogliamo farlo. Perché? È una domanda
a cui non riesco a trovare risposta. Forse perché così deve an-
dare, le cose così devono restare. Abbiamo la testa ficcate nel
cemento, non vogliamo aprirci al nuovo e non desideriamo
altro che far restare tutto così com’è. Abbiamo la montagna, i
sentieri, paesaggi incantevoli. Abbiamo il mare a pochi chilo-
metri. Abbiamo luoghi che il resto d’Italia e del mondo pos-
sono anche sognare. Abbiamo la brava gente, le risate, la
cordialità. Siamo generosi con il prossimo, siamo pronti ad
aiutare, siamo capaci di creare qualcosa di meraviglioso e lo
abbiamo dimostrato. Abbiamo la terra da coltivare, abbiamo
prodotti locali che chiunque vorrebbe. Abbiamo la pace e la
serenità. Abbiamo il silenzio, gli uccelli, il sole e l’aria pulita.
Forse ci manca solo un po’ di coraggio. Il coraggio di iniziare,
di provarci, di rendere queste terre ancora più belle. Di non
sprecare quello che abbiamo ma di viverlo e sfruttarlo. Ma
quando ce ne accorgeremo sarà già troppo tardi. Ce ne rende-
remo conto solo quando, alla fine, avremo più bar che abitanti.
Mariangelo D’Alessandro

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