“Che sia chiaro che tutto è cominciato da un furto. Non
può finire così”, a Capaccio non usano perifrasi sul caso
della sparizione del carro ar-mato Sherman DD successi-
vamente riapparso nel Museo di Piano delle Orme di La-
tina, legittimato da una deci-sione del Tribunale di Roma
e del Mibact, il ministero dei beni culturali, a gestione
Franceschini. Il segretissimo carro armato galleggiante
americano non è solo una questione di principio.
E’ il carro armato che si vede nel filmdi Benigni «La vita è bella» è uno Sherman. E’ lo stesso che compare anche nel film «Il paziente inglese».
E’ l’arma segreta
del D-Day, il carro armato galleggiante che Eisenhower volle
provare a Salerno. Un pezzo di storia della Seconda guerra
mondiale. Se n’erano pure perse le tracce. Neppure il Patton
Museum di Fort Knox ne possiede uno. Per quasi sessant’anni
un esemplare si era “conservato” nel mare di Paestum. In se-
greto. La storia la racconta Marco Nese, giornalista cilentano
del “Corriere della Sera” e sceneggiatore di alcune annate de
“La Piovra”; “Quattro amici di Salerno, Paolo, Marcello, Gigi
e Agostino, tutti appassionati di immersioni subacquee, sco-
prirono sul fondo del mare i resti di un velivolo tedesco, uno
Junker, forse abbattuto dalle truppe alleate che il 9 settembre
1943 furono protagoniste dello sbarco di Salerno, l’operazione
Avalanche. Eccitati dal ritrovamento, i ragazzi passarono
un’intera estate a scandagliare le acque alla ricerca di altri re-
litti. Ebbero la fortuna di trovare anche un mezzo da sbarco e
un carro armato americano, proprio lo Sherman, forse caduto
da una nave durante le fasi di avvicinamento alla costa. Co-
minciarono a formarsi la convinzione che il golfo di Salerno
fosse un autentico cimitero bellico. Ma all’improvviso una tra-
gedia si abbatté sui quattro amici. Uno di loro, Paolo, durante
un’immersione perse la vita. Gli altri, avviliti, abbandonarono
le ricerche subacquee”.
La morte di Paolo non li ferma, si sa la fortuna aiuta gli audaci
soprattutto se si imbattono in Peppino, vecchio e coriaceo ma-
rinaio di Agropoli. Peppino racconta una storia strana e appas-
sionante. C’era un punto, a poche miglia dalla costa,
considerato dai marinai una vera maledizione. Quando getta-
vano le reti in quello specchio d’acqua, non riuscivano più a
tirarle su. Rimangono aggrappate a qualcosa di misterioso che
doveva trovarsi sui fondali. Ci volle tempo, ma alla fine i tre
amici furono in grado di individuare il punto esatto di cui par-
lava il vecchio marinaio. Sotto, a 24 metri di profondità, li
aspettava una grande sorpresa. Trovarono un carro armato.
Uno strano carro armato.
Tutt’intorno era fasciato di
gomma, come se fosse po-
sato all’interno di un canotto.
E dietro aveva due eliche. At-
torno al cannone e al portel-
lone erano impigliate decine
di reti strappate ai marinai.
Il
comune riprende il percorso
per ottenere la restituzione
dello Sherman ,
il carro ar-
mato anfibio supersegreto
perso nel 1943 e “sfilato” a
Paestum due decenni fa. La
vicenda, da questo punto, si
fa davvero avvincente. La segnalazione dell’incredibile ritro-
vamento allerta la marina degli Stati Uniti, che nel giugno
2000 invia a Salerno nientemeno che la famosa unità USS
Grasp, specializzata in recupero relitti. Dopo quattro giorni, a
un pelo dal successo gli americani abbandonano l’impresa. Lo
avevano imbracato e issato fin quasi in superficie, quando la
cima si spezza e DD ritorna sul fondo. Via gli americani, ecco
i napoletani della Tekmar. Modeste attrezzature, un semplice
pontone con gru girevole, riesce nell’impossibile recupero.
Usano l’inventiva. Il trucco? Svuotano lo Sherman dall’acqua
per renderlo più leggero e lo issano ruotandolo di 90 gradi,
così da opporre minore resistenza alla pressione. I “Davide”
napoletani sconfiggono i “Golia” americani. La regia è di
Mario De Pasquale che ha creato a Borgo Faiti, in provincia
di Latina, il più grande museo europeo di mezzi bellici. Lo ha
chiamato «Piano delle orme». Quando un regista deve girare
scene di guerra va da lui. “Allora, diciamo così ci fu una sorta
di sottrazione con destrezza. Gli americani avevano fallito le
loro operazioni di recupero, tre giorni non erano bastate, erano
dovuti andare via. Noi avremmo dovuto opporci, non lo fa-
cemmo, anzi approviamo…”, racconta Eugenio Guglielmotti,
che al tempo era l’assessore e che il “Museo dello sbarco”
avrebbe veramente voluto farlo. Scommise sulla via legale per
il ritorno dello Sherman, “che altro avrei potuto fare?”, e perse
perché il Tribunale di Roma aveva emesso una sentenza che
dichiarava del tutto regolare l’operato del museo di Latina che
aveva comprato dai ragazzi napoletani. Il resto lo fecero gli
americani del Patton Museum di Fort Knox, nel Kentucky che
continuavano a confondere i diversi protagonisti della storia .
Impossibile che abbiate trovato uno Sherman DD, perché que-
sti carri – er4a la loro tesi – non furono usati nello sbarco di
Salerno, ma solo nell’ invasione della Normandia nel giugno
del ‘ 44. Per convincere gli scettici dirigenti del museo ameri-
cano, i tre amici filmarono il carro e spedirono la cassetta negli
Stati Uniti. Appena videro quelle immagini, gli americani si
continua a pag. 12
Il carro armato volante americano rapito.
Una storia tra americani e napoletani. E diventa una star del cinema
precipitarono a Salerno. «Non sappiamo come sia finito lì –
dissero -, ma effettivamente si tratta di uno Sherman DD”. Ma
tutto era già successo. ARMA SEGRETA – Nel frattempo a
Washington hanno risolto il mistero di quel carro nelle acque
del Tirreno. La verità è saltata fuori da alcune carte ritrovate
negli archivi. Esse rivelano un capitolo della Seconda guerra
mondiale finora sconosciuto agli storici. Risulta che il generale
Dwight Eisenhower (eletto poi presidente degli Stati Uniti)
aveva deciso di compiere un esperimento nel golfo di Salerno
con uno Sherman DD. Il generale considerava quei carri l’
arma segreta da schierare in seguito nell’ invasione della Nor-
mandia. Mentre il mezzo blindato veniva messo in acqua, una
sporgenza della nave aveva lacerato il gommone che gli per-
metteva di galleggiare. Quattro uomini si erano salvati e uno
era affondato con il carro.”Rimesso a nuovo”. De Pasquale
trova una ditta napoletana disposta, in cambio di 20 mila euro,
a compiere l’impresa con un pontone enorme. Il mezzo è stato
rimesso a nuovo. Prima è stato lavato a fondo con acqua dolce.
La patina di sale che lo ricopre è rimossa. Ogni singolo ingra-
naggio, anche la più piccola vite, tutto è stato trattato con oli
speciali. Alla fine il carro è stato rimontato e sembrerà prati-
camente nuovo. In funzione è anche il motore.
E I CAPACCESI? Con un palmo di naso restano ad osservare
e sperare che la magistratura o il Ministero ne ordinino la re-
stituzione. Del Museo locale dedicato allo “Sbarco” non vi è
traccia e meno che mai avrebbe senso l’andare a ricollocare il
carro armato nel fondo del mare o in una sezione del Museo
Archeologico. L’ultimo “schiaffo” è nella dichiarazione di
«bene di sopravvenuta culturalità»: che non poteva essere «pri-
vatizzato» e pertanto ne disponeva la restituzione allo Stato
circostanza pienamente assicurata dal museo di Latina. Ragionamento inoppugnabile quello del giudice.
Oreste Mottola

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