RACCONTANO I MIEI NONNI CHE VIVONO A VERNA

ROCCADASPIDE

Percorrendo la Sp11-direzione Roccadaspide, soprattutto di sera, c’è un punto ben preciso, da cui è possibile scorgere una scia di luci, immersa nell’oscurità, che parte dal basso e sale verso l’alto.
Quella è Verna. Circondata da alberi e rocce.
Tutto ciò che so di Verna prende vita dai racconti della mia fa miglia. Sono tanti gli aneddoti con cui sono cresciuta. Storie sentite infinite volte, ma che non mi stancherò mai di ascoltare e di raccontare. Io, a Verna non ci sono nata e nemmeno cre sciuta, eppure è parte di me. Mia madre ha vissuto lì per i primi diciotto anni della sua vita e i miei nonni non conoscono nessun altro luogo altrettanto bene come il loro prezioso cucuzzolo.
Da che ho memoria, raramente, parlando delle sue origini, ho sentito dire a mia madre “Sono di Roccadaspide”, ha sempre detto con orgoglio “Vengo da Verna”, perché essere vernaiolo è un’altra cosa. Da piccola, il viaggio per arrivare a casa dei nonni sembrava infinito. Eppure da Fonte erano solo nove tor nanti. Capivi di essere arrivata quasi da loro quando la prima cosa che vedevi era la piccola cappella da i Poto, patrimonio religioso di tutti i vernaioli. Salendo ancora, i due monumenti più significativi: la fontana, punto di ritrovo per portare l’acqua fresca nelle case, per far abbeverare gli animali e per fare il bu cato, e le cisterne, avvolgenti come un abbraccio.
Tanti i volti che non ci sono più e che ho avuto la fortuna di co noscere durante la mia infanzia. Zia Maria, seduta sempre sul suo muretto davanti casa, con il fazzoletto in testa e una gene rosità disarmante, le mie tasche sono ancora piene delle sue ca ramelle; c’era Zia Annina Merola, che, ironicamente, mi diceva sempre di essere parente al più noto Mario. Zio Donato, fisica mente uguale a Quasimodo di Notre Dame, ma decisamente più allegro. Zio Domenico, il marito di zia Ida, nel cui garage, d’estate, guardavo affascinata la lavorazione del tabacco. E an cora, zio Antonio che realizzava con le sue mani dei bellissimi cestini di vimini. Mia madre ne ha ancora tantissimi.
Per almeno tre estati, i miei genitori mandarono me e mio fra tello a vivere da nonna. Loro erano impegnati con il lavoro, e mio fratello, che, all’epoca, non era un mangione, doveva rin forzarsi per l’inverno, quindi “Meglio andare dai nonni in montagna per farlo mangiare”. E avevano ragione, le patate di montagna ti rinforzano eccome!
Quante cose ho imparato, trascorrendo così le mie estati. Fino ad allora, ad esempio, ignoravo che le patate si scavassero nella terra. Guardavo i miei nonni e sembrava che tutto ciò che facessero fosse la cosa più naturale del mondo. Governare animali grandi come mucche e vitelli, mungere le capre, an dare a spasso con gli asini. Poi, non era insolito ritrovarsi una vacca di montagna al tuo fianco lungo la strada. Nonno ci por tava nelle stalle degli animali con l’entusiasmo e la natura lezza di quando si va a trovare a casa un amico. A pensarci ora, con le mie ansie e la mia indiscutibile poca dimistichezza con ogni genere di animale, stento a crederci persino io. Ep pure, ogni giorno, andavo a trovare mucche, pecore e maiali.
Mio fratello era divertito dalla vita bucolica. A me, invece, dopo un po’ mancavano i miei libri (non erano mai abbastanza quelli che mi portavo dietro). E quando sentivo la mancanza di casa, per rigenerarmi, bastava che salissi fin su lo “scanno” e da lì mi sentivo la bambina più fortunata del mondo. Potevo vedere, in quel momento, cose che nessuno avrebbe ammi rato. Un panorama tutto mio. Quello che so di Verna lo devo anche al fatto di aver visto da piccola, fino alla noia, le im magini del matrimonio dei miei genitori. A quei tempi, con un proiettore e un lenzuolo attaccato alla parete, trascorrevo le mie giornate a vedere il “filmino” e facevo domande, mille domande. L’ho visto talmente tante volte che se ci penso oggi mi sembra di esserci stata fisicamente a quella festa.
Ricordo perfettamente il primo frame: papà che sale, con la sua alfetta bianco sporco, i soliti nove tornanti di Verna. I co lori tipici di fine settembre. Le foglie giallo-rosso. E un verde luminoso. Verna era bella allora, e, per me, lo è ancora oggi.
Certo, a sentir parlare chi lì su ci è nato, non è come un tempo.
Una volta era piena di vita e ora, a parte qualche avveduto ac quirente che l’ha scelta come rifugio, sono rimaste poche fa miglie. Manca quell’aria di festa di quando ero bambina. I miei nonni raccontano che tutto diventava una festa e stare insieme era semplicissimo. Un centinaio di persone che dive nivano un’unica grande famiglia. Nascite, battesimi e matri moni erano le feste di tutti. Uno degli ultimi matrimoni dell’era “moderna”, rimasto nella storia, è stato quello tra la buonanima di Francesco e la sua Irene. Ottocento partecipa zioni. Milleduecento invitati. Si decise di festeggiarlo “a casa”, o meglio nelle case. In quelle di tutti.
Chiunque avesse un garage o uno spazio ampio era pronto ad accogliere gli invitati dei novelli sposi. E poi, piatti, posate, bicchieri, tutti misero a disposizione quello che avevano, af finché la festa riuscisse. Prepararono per giorni e il tutto si consumò in due, tra rito religioso e ricevimento. Capocolli, prosciutto e galline per gli antipasti; formaggi, patate e bistec che di vitello sacrificati per l’evento. Quintali di farina e mi gliaia di uova per preparare i dolci. Il famoso cartoccio di quasi due kg.
Verna era così.
Nel tempo si è spopolata, sono ormai poche le persone capaci a ripercorrerne la storia. Nonno è uno di questi. Nato e cre sciuto tra quelle montagne. Lui, denominato “maresciallo”, racconta che il difficile ruolo del podestà spettava a Zì Anto nio Miano detto “Scelba”. Tutti ricordano che è grazie a lui se oggi Verna è illuminata, se la strada è percorribile. Al suo ricordo si riconducono le comodità di cui oggi si può godere.
ROCCADASPIDE. “La Verna che i miei nonni raccontano” I miei nonni il telefono in casa l’hanno messo tardi, tanto c’era quello pubblico a casa di Zì Antonio, e per poter parlare con nonna Rachele dovevamo aspettare che l’andassero a chia mare; e nonna, sempre indaffarata tra stalle ed orto, correva a prendere la telefonata. Sembra trascorso un secolo e, invece, sto parlando di una trentina di anni fa.
Anche la TV a colori non era una priorità. A Verna le persone trascorrevano il tempo insieme, si dormiva con la chiave vi cino alla porta. Una porta sempre aperta, pronta ad accogliere tutti. Del resto, a Verna anche il vicinato è una condizione ne cessaria, le case sono tutte attaccate l’una all’altra.
Guardo gli occhi dei miei nonni e non si può fare a meno di vederci dentro la tristezza del tempo che passa e della vita che cambia. Non so quanto tempo ancora ci verrà dato, so solo che nonno, da quando ha compiuto i suoi primi ottant’anni, ha deciso che ogni anno, il giorno 11 ottobre, la famiglia deve riunirsi. Ecco, quello che, indiscutibilmente, si respira a Verna, ancora oggi, è il profumo del volere stare insieme.
Oggi come ieri. Non so quanto questo mio racconto incurio sirà il lettore e lo spingerà a salire quei nove tornanti, ma sono certa che almeno una volta, percorrendo la Sp 11 – direzione Roccadaspide, qualcuno alzerà lo sguardo e ammirerà quella scia di luci e si ricorderà di Verna come il presepe reale dove ci sono pastori e animali viventi.


Marzia Lettieri

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