UNA TESI DI LAUREA PER RACCONTARE I MONDI ANTICHI DI ALTAVILLA E ROCCA


“Paparuoli” e “papauli”. Entrambe le parole significano “pe-
peroni”. Solo che il primo termine dialettale è usato a Rocca-
daspide, mentre l’altro ad Altavilla. Differenze di linguaggio
che hanno incuriosito a tal punto Mirella Antico, giovane roc-
chese di Terzerie, da ispirarle la tesi di laurea del 2007, intito-
lata: “L’usu nuostu, fra passato e presente: la lingua come
divenire”. La giovane andava a trovare i nonni materni, ad Al-
tavilla, la domenica e nei giorni di festa, e si incuriosiva nel
sentire termini dialettali diversi, ma con lo stesso significato,
tra Rocca e il paese sulla collina degli ulivi. «Tutto è partito dai
ricordi da piccola con alcune parole che erano diverse a Rocca
e Altavilla come peperoni, esordisce Mirella. Poteva capitare
che la mia nonna paterna “Ndunetta” (Antonietta) mi dicesse:
Quannu vai a Autavidda, addummanna a vavita si tene ancora
paparuoli pi mbilà (Quando vai ad Altavilla domanda a tua
nonna se le sono rimasti peperoni da infilare). E che la nonna
Anna di Altavilla rispondesse: Awannuciri nu ndzo stati proprio
buoni; però ndze zo i papauli ra mette sott’acitu (Quest’anno
quelli non sono stati proprio buoni; però sono rimasti i peperoni
da conservare sott’aceto). Quando mangiavamo i peperoni,
quindi, a casa nostra si trattava di paparuoli, mentre dai nonni
di Altavilla, di papauli. Ed erano solo 20 minuti di macchina!
Ma se si apparecchiava una piccola tavola, era la “buffetta”
,(dal francese buffet), sia da noi che ad Altavilla». E Mirella
spiega che « Se da un lato la lingua dialettale era chiusa in ogni
paese, dall’altra era aperta alle parole straniere. Ciò perchè molti
popoli hanno influenzato la storia del Cilento, lingua compresa.
E molto spesso, senza saperlo, usiamo nel dialetto parole di ori-
gine greca, latina, araba, spagnola etc». La giovane per ricercare
il vero dialetto da inserire nella tesi ha intervistato delle persone
anziane non scolarizzate, ora scomparse. «Se avessi scelto per-
sone più istruite, avrebbero parlato in italiano e non sarebbe
stato lo stesso, precisa Mirella. Anche perchè ci sono delle pa-
role dialettali che tradotte in italiano perdono il reale signifi-
cato» E, dietro la lingua, ci sono le storie delle persone. «Si,
come quella di zi Pascale, che era un mio vicino. I suoi cunti
(racconti) andavano dagli spaettini (spaghettini) cucinati da zi’
Maria, sua moglie; ai ricordi dell’ infanzia spensierata e povera;
all’adolescenza scanzonata quando “a capu nunn’era bbona” (la
testa non era buona); alla guerra, all’Africa. Lui che non fre-
quentò la scuola e lavorò a giornata per tre mesi pur di poter
prendere lezioni serali ed imparare a scrivere prima di partire
per la guerra». Un tuffo nella cultura del passato «Ed io sono
stata fortunata perchè l’ho un po’ vissuta e me ne sono sentita
parte. Tenendo anche conto che la lingua è in continua evolu-
zione e che ognuno di noi contribuisce a cambiarla. Ma se non
avessi saputo il dialetto, sarei stata una persona diversa», con-
clude Mirella che ha inizio tale studio da un esame di filologia
romanza per, poi, laurearsi in lettere moderne.
pagina a cura di Francesca Pazzanese

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