Incursioni barbaresche sulle nostre coste

Vi raccontiamo delle incursioni barbaresche sulle nostre coste ed i paesi del Cilento, in particolare contro la città di Agropoli. Incursioni che alimentavano il fiorente commercio di schiavi del Nord Africa, dove i bianchi provenienti dall’Europa mediterranea ed i neri dell’Africa sub sahariana erano meri prodotti da vendere ed acquistare.


MAMMA LI TURCHI!Khayr al-Dīn Barbarossa, detto dai cristiani Ariadeno Barbarossa.E’ lui il Barbarossa che avrebbe devastato le nostre coste nel XVI secolo.Ma chi era costui?Era un corsaro barbaresco, Dey di Algeri e di Tlemcen ma soprattutto ammiraglio della flotta ottomana.Attenzione però. Barbareschi nel senso di Berberi. Quindi da non confondere con i “Saraceni” (popolo delle tende), che invece erano arabi e imperversarono nel medioevo.I Berberi del Nord Africa furono, infatti, lo strumento militare nel Mediterraneo, che l’Impero Ottomano utilizzò contro le potenze cristiane.La guerra corsara era un modo per alimentare il conflitto stremando le popolazioni rivierasche. Se anche le nostre zone non videro grosse flotte se non di passaggio (come nell’estate del 1534), furono comunque sottoposto ad attacchi dei corsari barbareschi.Il barone Giuseppe Antonini, nel suo libro “La Lucania, discorsi” del 1745, ricorda due incursioni subite da Agropoli:”Nel 1515 e nel 1542 fu questa Terra barbaramente da’ Turchi saccheggiata, e nella prima volta furono ridotte in schiavitù più di trecento persone, la seconda né pure una; poiché della loro venuta insieme ai Franzesi era già percorsa la voce, e s’era la gente salvata dentro Terra”.È quella descritta dall’Antonini una delle fasi di quella guerra che vide contrapposto l’Impero Ottomano e le sue dipendenze nordafricane in alleanza con i francesi contro l’impero spagnolo per il predominio nel Mediterraneo.Nel secoli successivi le incursioni barbaresche assumono sempre più la valenza di meri atti di pirateria che di guerra corsara, finalizzati sia alla ricerca di bottino che per alimentare i fiorenti mercati degli schiavi del Nord Africa. In questa fase non vi saranno più grandi flotte da guerra in azione ma piuttosto piccole formazioni navali, che realizzano veloci raid sulle nostre coste.Un esempio è l’attacco subito da Agropoli nel 1629 narrato da Gian Cola del Mercato come commento agli Statuti del Cilento e conservato presso l’Archivio di Stato di Salerno.Una piccola flotta di sette triremi e due brigantini, con un totale di circa settecento uomini, attacca la cittadina cilentana al crepuscolo. Approfittando dell’oscurità i pirati riescono a superare la mura cittadine.Gli agropolesi così sono costretti a rifugiarsi nel castello ed improvvisano una strenua difesa.Nel frattempo la notizia dell’attacco dei pirati barbareschi ad Agropoli si diffonde nei vicini centri collinari, grazie anche al concomitante “Mercato del Sabbato”, che si teneva presso il convento di Santa Maria dei Martiri, l’odierna frazione di Perdifumo, detta per l’appunto Mercato Cilento. Mercato antico che era di riferimento per tutti i paesi del Cilento storico.Si organizzano, così, degli armati in soccorso degli agropolesi provenienti da diversi paesi: Ogliastro, Torchiara, Eredita, Lustra, Camelle, Prignano, Finocchito, S. Mango, Rutino, Perdifumo, Rocca Cilento.Tra di essi numerosi baroni e borghesi.La sortita dei cilentani riesce ed i pirati sono inseguiti sino alle loro navi.Gian Cola del Mercato scrive addirittura che le perdite dei “turchi” sono di dieci volte superiori a quelle dei cilentani.Ma questa vittoria contro i pirati è però più un eccezione che la regola, frutto di una concomitanza di eventi favorevoli.Purtroppo i raid erano realizzati efficacemente sfruttando l’elemento sorpresa e la velocità di esecuzione, per cui si concludevano prima che le popolazioni riuscissero ad organizzarsi e a reaggire.La risposta dei governanti spagnoli del Regno di Napoli al pericolo proveniente da mare fu la costruzione di una rete di torri di guardia, che svolgevano una funzione di avvistamento ed in taluni casi di difesa.Ne sono un esempio le due torri nella Piana di Capaccio, quella alla foce del Sele e quella sulla marina di Paestum, che da il nome anche alla frazione Torre di Paestum.

Enzo Di Sirio

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