PALAZZO ARCIONI, Lauro, Capaccio Capoluogo.
La casa palazziata degli Arcioni, detta anche Guida, è probabilmente più antica dell’attuale impianto, che è settecentesco, anche se purtroppo è stato pesantemente imbruttito da interventi successivi.
La famiglia Arcioni, era una antica famiglia capaccese, borghese e possidente, che viveva more nobilium, cioè della rendita del suo patrimonio, senza esercitare alcuna attività lavorativa.
Era, infatti, costume delle famiglie possidenti dell’ancien regime, concentrare le proprie fortune nelle mani del primo figlio maschio, contribuendo così ad ogni generazione ad incrementare le proprie ricchezze.

Gli altri figli, se maschi potevano ricevere qualche bene e dovevano darsi necessariamente alle professioni (avvocato, medico, ecc.), entrare nel clero oppure mettersi a servizio di qualche feudatario (come amministratore, procuratore, agente, mastrodatto, ecc.).Per le donne la dote, sia che si sposassero o che entrassero in un convento.

Gli Arcioni possedettero GROMOLA, che però Giovanni Arcione vendette nel 1764 al Conte di Capaccio, Giovanni Carlo II Doria, SCIGLIATI, anch’essa venduta al feudatario da Gioacchino Arcione nel 1790, e Frasci e La Losa, cedute dai fratelli Arcioni nel 1793.
Il nome della famiglia, come quelli di altre storiche famiglie capaccesi del passato (ad es. Andreoli o Andrejuoli), è legato ad una località, appunto detta Arcioni. Località appena fuori Porta Aurea, a confine con Laghetto e Gaudo. Un Gioacchino Arcione in un esposto al re, datato 13 luglio 1815, vanta la propria fedeltà alla causa borbonica e chiede la carica di direttore degli scavi di Paestum con un appannaggio mensuale (1).
Un Francesco Arcione sarà tra coloro che con il canonico Bamonte piantarono l’albero della libertà in occasione della rivoluzione repubblicana del 1799.Altri entusiasti repubblicani a Capaccio furono Luigi d’Alessio, Placido Celano, Zaccaria Ragone ed il sacerdote Nicola Di Deo .
Enzo Di Sirio
Nota:1) Ringrazio la prof. Marina Annunziata Cipriani per la gradita segnalazione di questa notizia in un suo commento a questo post.
La professoressa ne cita anche la fonte: Pietro Laveglia, pagine 52-53 del libro “Paestum dalla decadenza alla riscoperta fino al 1860”.

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