Oscar Nicodemo
Sì, ormai possiamo definirli così. Senza una casa, un luogo di accoglienza, una cittadinanza. Vivono da mesi, nei boschi di montagna, presso la foresta Bialowieza (patrimonio unesco), lungo il confine tra la Bielorussia e la Polonia, a 70 chilometri a nord di Brėst. Raccolti intorno a un fuoco, nei loro cappottini sempre troppo stretti per coprire adeguatamente quei corpicini in crescita, hanno sguardi smarriti e si aggrappano all’unica certezza che li tiene ancora in vita: la pietà dei padri e delle madri. Già, in quelle condizioni l’amore di un genitore subisce atroci trasformazioni, e viene contaminato da una sofferenza terribile, una pietas, appunto, devastante. La si scorge sui volti scavati e arrendevoli degli uomini, nello sguardo sofferto e supplichevole delle donne. Cosa ha senso, a quale arte si può dar luogo, dove può esservi leggerezza, se contro questa gente vengono usati cannoni ad acqua, granate stordenti e gas lacrimogeni? Niente può assurgere a valore se si ignora la disperazione lacerante delle persone in cerca del diritto di vivere. Niente ha umanità, sentimento, passione se si rende possibile diventare “bambini di confine”, affamati, infreddoliti, impauriti. Lontano da loro, nelle case riscaldate, nei teatri allestiti, nelle cerimonie ben organizzate ogni cosa perde qualità. Tutto andrebbe sospeso. E, tutto dovrebbe essere fatto, detto e scritto per far entrare quei bambini in Europa. A cominciare da un semplice post, come questo

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