๐‚๐จ๐ฆ๐ž ๐ฌ๐ข ๐ซ๐ž๐š๐ฅ๐ข๐ณ๐ณ๐š๐ฏ๐š, ๐ช๐ฎ๐š๐ฌ๐ข ๐ฎ๐ง ๐ฌ๐ž๐œ๐จ๐ฅ๐จ ๐Ÿ๐š, ๐š ๐‚๐š๐ฉ๐š๐œ๐œ๐ข๐จ, ๐ฎ๐ง ๐ฉ๐š๐ข๐จ ๐๐ข ๐ฌ๐œ๐š๐ซ๐ฉ๐ž

๐ฟโ€™๐ด๐‘ฃ๐‘ฃ๐‘œ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘œ ๐บ๐‘ข๐‘–๐‘‘๐‘œ ๐ทโ€™๐ด๐‘™๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘–๐‘œ (1923-2010), ๐‘ข๐‘™๐‘ก๐‘–๐‘š๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘ข๐‘›๐‘‘๐‘–๐‘๐‘– ๐‘“๐‘–๐‘”๐‘™๐‘– (๐‘‘๐‘’๐‘™ ๐ถ๐‘Ž๐‘ฃ. ๐บ๐‘’๐‘›๐‘›๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘œ ๐ทโ€™๐ด๐‘™๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘–๐‘œ, ๐‘†๐‘–๐‘›๐‘‘๐‘Ž๐‘๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐ถ๐‘Ž๐‘๐‘Ž๐‘๐‘๐‘–๐‘œ ๐‘‘๐‘Ž๐‘™ 1915 ๐‘Ž๐‘™ 1920), ๐‘๐‘œ๐‘š๐‘๐‘™๐‘’๐‘ก๐‘œฬ€ ๐‘”๐‘™๐‘– ๐‘ ๐‘ก๐‘ข๐‘‘๐‘– ๐‘›๐‘’๐‘™ 1942 ๐‘๐‘Ÿ๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘œ ๐‘™๐‘Ž ๐ต๐‘Ž๐‘‘๐‘–๐‘Ž ๐‘‘๐‘– ๐ถ๐‘Ž๐‘ฃ๐‘Ž ๐‘œ๐‘ก๐‘ก๐‘’๐‘›๐‘’๐‘›๐‘‘๐‘œ ๐‘™๐‘Ž ๐‘š๐‘’๐‘‘๐‘Ž๐‘”๐‘™๐‘–๐‘Ž ๐‘‘โ€™๐‘œ๐‘Ÿ๐‘œ ๐‘๐‘’๐‘Ÿ ๐‘š๐‘’๐‘Ÿ๐‘–๐‘ก๐‘œ ๐‘ ๐‘๐‘œ๐‘™๐‘Ž๐‘ ๐‘ก๐‘–๐‘๐‘œ. ๐ถ๐‘œ๐‘›๐‘ ๐‘’๐‘”๐‘ข๐‘–๐‘ก๐‘Ž ๐‘™๐‘Ž ๐ฟ๐‘Ž๐‘ข๐‘Ÿ๐‘’๐‘Ž ๐‘–๐‘› ๐ฟ๐‘’๐‘”๐‘”๐‘’ ๐‘Ž๐‘™๐‘™โ€™๐‘ˆ๐‘›๐‘–๐‘ฃ๐‘’๐‘Ÿ๐‘ ๐‘–๐‘ก๐‘Žฬ€ ๐‘‘๐‘– ๐‘๐‘Ž๐‘๐‘œ๐‘™๐‘–, ๐‘’๐‘ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘๐‘–๐‘ก๐‘œฬ€ ๐‘™๐‘Ž ๐‘๐‘Ÿ๐‘œ๐‘“๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘’ ๐‘“๐‘œ๐‘Ÿ๐‘’๐‘›๐‘ ๐‘’ ๐‘ ๐‘–๐‘› ๐‘‘๐‘Ž๐‘– ๐‘๐‘Ÿ๐‘–๐‘š๐‘– ๐‘Ž๐‘›๐‘›๐‘– ๐‘‘๐‘’๐‘™ ๐‘ ๐‘’๐‘๐‘œ๐‘›๐‘‘๐‘œ ๐‘‘๐‘œ๐‘๐‘œ๐‘”๐‘ข๐‘’๐‘Ÿ๐‘Ÿ๐‘Ž.๐‘๐‘’๐‘”๐‘™๐‘– ๐‘Ž๐‘›๐‘›๐‘– ๐‘›๐‘œ๐‘ฃ๐‘Ž๐‘›๐‘ก๐‘Ž ๐‘’ ๐‘‘๐‘ข๐‘’๐‘š๐‘–๐‘™๐‘Ž โ„Ž๐‘œ ๐‘Ž๐‘ฃ๐‘ข๐‘ก๐‘œ ๐‘™โ€™๐‘œ๐‘๐‘๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ก๐‘ข๐‘›๐‘–๐‘ก๐‘Žฬ€ ๐‘’, ๐‘ ๐‘œ๐‘๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ก๐‘ก๐‘ข๐‘ก๐‘ก๐‘œ, ๐‘–๐‘™ ๐‘๐‘Ÿ๐‘–๐‘ฃ๐‘–๐‘™๐‘’๐‘”๐‘–๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘œ๐‘ ๐‘๐‘’๐‘Ÿ๐‘™๐‘œ ๐‘’ ๐‘‘๐‘– ๐‘“๐‘Ÿ๐‘’๐‘ž๐‘ข๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘›๐‘’ ๐‘™โ€™๐‘Ž๐‘š๐‘–๐‘๐‘–๐‘ง๐‘–๐‘Ž, ๐‘Ž๐‘๐‘๐‘Ÿ๐‘’๐‘ง๐‘ง๐‘Ž๐‘›๐‘‘๐‘œ๐‘›๐‘’ ๐‘™โ€™๐‘Ž๐‘๐‘ข๐‘ก๐‘’๐‘ง๐‘ง๐‘Ž ๐‘‘๐‘– ๐‘š๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘’, ๐‘™๐‘’ ๐‘‘๐‘œ๐‘ก๐‘– ๐‘‘๐‘– ๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘“๐‘“๐‘–๐‘›๐‘Ž๐‘ก๐‘œ ๐‘›๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ก๐‘œ๐‘Ÿ๐‘’ (๐‘‘๐‘– ๐‘ ๐‘ก๐‘œ๐‘Ÿ๐‘–๐‘’ ๐‘’ ๐‘๐‘’๐‘Ÿ๐‘ ๐‘œ๐‘›๐‘Ž๐‘”๐‘”๐‘– ๐‘‘๐‘’๐‘™ ๐‘›๐‘œ๐‘ ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘œ ๐‘๐‘Ž๐‘’๐‘ ๐‘’, ๐‘–๐‘› ๐‘๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘ก๐‘–๐‘๐‘œ๐‘™๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘’), ๐‘™โ€™๐‘–๐‘Ÿ๐‘œ๐‘›๐‘–๐‘Ž ๐‘’ ๐‘™๐‘Ž ๐‘”๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘›๐‘‘๐‘’ ๐‘ข๐‘š๐‘Ž๐‘›๐‘–๐‘ก๐‘Žฬ€.๐ถ๐‘Ž๐‘๐‘–๐‘ก๐‘œฬ€ ๐‘๐‘œ๐‘ ๐‘–ฬ€ ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘ข๐‘› ๐‘”๐‘–๐‘œ๐‘Ÿ๐‘›๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘๐‘Ÿ๐‘–๐‘š๐‘Ž๐‘ฃ๐‘’๐‘Ÿ๐‘Ž ๐‘‘๐‘’๐‘™ 2008 ๐‘™โ€™๐ด๐‘ฃ๐‘ฃ๐‘œ๐‘๐‘Ž๐‘ก๐‘œ ๐‘ ๐‘– ๐‘ ๐‘œ๐‘“๐‘“๐‘’๐‘Ÿ๐‘š๐‘Ž๐‘ ๐‘ ๐‘’ ๐‘ ๐‘ข ๐‘๐‘œ๐‘š๐‘’ ๐‘ฃ๐‘’๐‘›๐‘–๐‘ฃ๐‘Ž ๐‘Ÿ๐‘’๐‘Ž๐‘™๐‘–๐‘ง๐‘ง๐‘Ž๐‘ก๐‘œ ๐‘Ž ๐ถ๐‘Ž๐‘๐‘Ž๐‘๐‘๐‘–๐‘œ ๐‘ข๐‘› ๐‘๐‘Ž๐‘–๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘ ๐‘๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘๐‘’ ๐‘‘๐‘Ž ๐‘™๐‘Ž๐‘ฃ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘œ. ๐ผ๐‘™ ๐‘“๐‘Ž๐‘ ๐‘๐‘–๐‘›๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘ž๐‘ข๐‘’๐‘™ ๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘๐‘๐‘œ๐‘›๐‘ก๐‘œ ๐‘Ÿ๐‘–๐‘๐‘๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘‘๐‘’๐‘ก๐‘ก๐‘Ž๐‘”๐‘™๐‘– ๐‘ก๐‘’๐‘๐‘›๐‘–๐‘๐‘– ๐‘’ ๐‘›๐‘œ๐‘ก๐‘’ ๐‘‘๐‘– ๐‘๐‘œ๐‘™๐‘œ๐‘Ÿ๐‘’, ๐‘Ÿ๐‘–๐‘š๐‘Ž๐‘ ๐‘’ ๐‘–๐‘›๐‘ก๐‘Ž๐‘ก๐‘ก๐‘œ ๐‘›๐‘’๐‘™ ๐‘ก๐‘’๐‘ ๐‘ก๐‘œ ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘›๐‘’ ๐‘ ๐‘’๐‘”๐‘ข๐‘–ฬ€. *****โ€œParlando, di recente, con un giovane amico, nel riferirGli che, forse, scavando nei miei ricordi, avrei potuto farmi tornare in mente ciรฒ che avevo visto fare, nella ormai mia lontana giovinezza, in una bottega di calzolaio dei tempi antichi, mi sono sentito stimolato a portare sulla carta tali ricordi.Mi corre lโ€™obbligo, peraltro, di premettere che quanto mi riuscirร  di riferire รจ, appunto, esclusivamente frutto dei miei ricordi e potranno, quindi, esservi anche incertezze o imprecisioni.Con i fatti, poi, per completezza, ho voluto riportare anche nomi di persone, di cui conservo un grato ricordo, augurandomi di non essere caduto in indelicatezze.Per iniziare, riferisco che, tra il 1929 e il 1944 (e, successivamente, peraltro, anche in altri periodi), ho sempre trascorso con la famiglia il periodo estivo in Capaccio paese (o capoluogo, come si dice oggi). La casa, ove abitavamo, aveva vari locali al pianterreno, prospicienti parte del Corso Vittorio Emanuele (ora piazza Dott. Giuseppe Dโ€™Alessio): oltre alla ricevitoria del Lotto (chiamata, allora, botteghino), gestita da Tonio Arenella e ad un esercizio di barbiere, il quasi ottocentesco โ€œSaloneโ€ di โ€˜Nduccio Rizzo – poi passato a Peppe Marino e conservato nella originaria struttura -, vi erano due botteghe di calzolaio: in una vi lavorava Pietro M. (appassionato, forse, piรน del buon dio Bacco che del suo mestiere, cui ebbe a subentrare, poi Francesco P.); nellโ€™altra esercitavano il loro mestiere, che era unโ€™arte, Ciccio Di Crisci e il figlio Rosario, appena rientrato, nei primi anni, dal servizio militare.Ed in questa bottega โ€“ che oggi si direbbe โ€œlaboratorio artigianaleโ€ โ€“ amavo trascorrere buona parte del mio tempo da ragazzo, durante le vacanze di quegli anni, ed รจ, appunto, di quanto in essa avveniva che mi accingo a riportare quel che ricordo. In una buona bottega di calzolaio dellโ€™epoca si faceva, per le scarpe, di tutto: si riparavano, anche risuolandole, fino al limite del possibile, quelle rotte e consunte, vi si costruivano quelle โ€œfiniโ€, detta da passeggio. Negli ultimi periodi, a guerra iniziata, vi si facevano anche gli zoccoletti, detti โ€œortopediciโ€, richiesti dalle ragazze, con le suole aventi vari strati di sughero, incollati uno sullโ€™altro e rifiniti nella forma. Ma lโ€™attivitร  prevalente era quella della manifattura, ovvero dellโ€™intera costruzione, di scarpe pesanti e solide, da lavoro, sia per gli uomini che per le donne (queste erano le โ€œchianelleโ€, aperte nella parte posteriore), e che venivano approntate durante tutto lโ€™anno, ma prevalentemente in estate, anche su prenotazione e ricordando, comunque, i clienti dellโ€™anno precedente, sรฌ che ogni maestro calzolaio sapeva cosa doveva fare e tener pronto allโ€™inizio del periodo autunno-invernale, quando, cioรจ, occorreva avere le scarpe nuove e che, quindi, venivano richieste e potevano โ€ฆanche essere pagate, coincidendo il periodo con le realizzazioni dei raccolti e delle culture estive. Le scarpe, preparate, con le tomaie rilucenti, venivano sospese per il tacco, in bella fila, ai chiodi infissi nel muro, intorno alla bottega.Ma come venivano costruite queste scarpe? Con quali materie? Di quale attrezzatura, soprattutto, si aveva bisogno per realizzarle?Qui appare necessario premettere una, sia pur sommaria, descrizione del locale e, appunto, di tali attrezzature.Nella bottega, ove andavo e mi trattenevo, ampia e soleggiata, vi erano:-un bancone, ricoperto per buona parte da una lamiera di ferro zincato, sulla quale si procedeva al taglio del cuoio e della โ€œvacchettaโ€ (pelle di vacca conciata). Tale bancone funzionava, essendovi posata su anche una bilancia a due piatti, per la vendita di chiodi e degli altri articoli. Tra i clienti abituali, tre giovani (allora) โ€œscarparielliโ€, i fratelli Milo, due dei quali, superstiti, hanno, ancora oggi, posto in bella mostra, come in un museo, nellโ€™ultima bottega occupata, sita allo stesso Corso Vittorio Emanuele, poco prima del campanile, attrezzi, vecchie scarpe, foto di epoca e tante altre cose;-un banchetto di lavoro, il deschetto, ma conosciuto a Capaccio come โ€œbancarielloโ€ sito al centro di quattro sedie, due per i mastri, Ciccio e Rosario, e due per gli apprendisti, che erano, allโ€™epoca, Giovanni L.T. (trasferitosi, poi, con successo, a Bologna) e Vincenzo R. Bancariello, nei cui ripiani (il primo, in alto, rotondo), divisi a scomparti, era riposto, a portata di mano, tutto quanto necessario per le lavorazioni;-una macchina da cucire per pellami, marca Singer, che, quando usata, faceva un fracasso del diavolo;-un vecchio braciere in rame, sempre pieno di acqua, occorrente per far โ€œspugnareโ€ il cuoio prima di lavorarlo, acqua attinta alla vicina Fontana dei Delfini, che, ancora oggi, passata a nuovo, fa bella mostra di sรฉ, meglio conosciuta, allora, come โ€œFontana dei tre cannuoliโ€, avente un muretto circostante, sul quale era sempre seduto a riposarsi e prendere il fresco, il vecchio, giร  allora, ortolano โ€œSimoneโ€;-due vetrinette, con entro esposto quanto in vendita o da usare. Principalmente le โ€œsemenzelleโ€, chiodini di ferro tronco quadro e testina piatta, lunghi, da mezzo a 2 o 3 cm., individuate con numeri, dal 14 al 15 circa. Tra lโ€™altro, essendo mastro Rosario, allโ€™epoca, componente della banda musicale di Capaccio, diretta dal maestro Pasquale Di Fiore, in una di esse era poggiato anche il suo strumento musicale, un โ€œbombardinoโ€ e spesso, forse troppo spesso, sfidando la pazienza e la sopportazione del buon, vecchio maestro Ciccio, mi divertivo a fare i miei tentativi di suonarlo. Lascio immaginare con quali risultati!Ma quali materiali vi erano, poi, particolarmente, nella bottega?A terra, i rotoli di cuoio e, ritti, poggiati a una parete, alcuni fogli di cartone pesante, pezze di vacchetta, dalla quale tagliare e sagomare le tomaie, cioรจ la parte superiore delle scarpe.Sul bancone e, principalmente, sul bancariello, vi erano:-numerosi coltelli per calzolaio, in ferro, di foggia particolare, i c.d. โ€œtrincettiโ€, lunghi allโ€™incirca una trentina di centimetri, aventi la parte tagliente, quasi diagonale, solo ad una delle estremitร ;-tenaglie, raspe e qualche lima;-le lesine, qui, allora, conosciute come โ€œsuglieโ€, che erano degli aghi molto grossi, ricurvi, a mezzaluna, muniti di manico, necessari per cucire le tomaie e il giardiuolo, di cui in appresso, insieme, nonchรฉ il tutto alle suole;-gli spaghi predisposti per effettuare tali cuciture oltre, naturalmente, ai gomitoli di materia prima necessaria per prepararli (rigorosamente di canapa, della Bucky e Strangman di Sarno);-le rivettatrici, per separare e rivettare, appunto, le cuciture e affinare i bordi estremi delle suole;-i c.d. โ€œpiedi di porcoโ€ โ€“ non gli arnesi per scassinare! -, che erano pezzi opportunamente sagomati di duro legno di bosso, usati per dare estetica rifinitura alle suole e ai bordi delle stesse;-una specie di piccolo matterello dello stesso legno (ma di cui non ricordo il nome), necessario per procedere alla lucidatura finale delle suole con lโ€™aiuto di una discreta dose di โ€ฆsaliva dellโ€™operatore;-un pezzo di vecchio ferro da stiro, privo di manico, che, capovolto, poggiato su un ginocchio, era di base per la battitura della suola;-un portaforme metallico, chiamato โ€œo ciuccioโ€, da usare poggiato sulle due gambe dellโ€™operatore, per procedere alle piccole operazioni di rifinitura delle scarpe complete, infilatevi;-i martelli da calzolai, di forma particolare, che forse non saprรฒ opportunamente descrivere, ma aventi due code, una a taglio e una piatta, questโ€™ultima fatta apposta per la battitura della suola; ed, infine, salvo ancora altre cose, che ora mi sfuggono;-numerose forme in legno (fatte in una falegnameria specializzata di Scafati), di tutte le misure, anche la nยฐ 46, che veniva adoperata per fare le scarpe di mio fratello; in due pezzi (parte di base e dorso, che, unite, costituivano lโ€™intera forma di un piede), occorrenti per modellarvi le scarpe;-sospesi alla parete: mazzetti di candelette, bianche, di sego di bue fuso, per ammorbidire, a costruzione compiuta, la tomaia, alla parte allโ€™esterno, non lucida.Descritti il luogo e lโ€™attrezzatura, possiamo, ora, passare, per quanto, sempre, รจ nei ricordi, alla descrizione del procedimento di fabbricazione manuale di una scarpa da lavoro dellโ€™epoca, richiamando, man mano, quanto รจ stato poco innanzi indicato.Preliminari erano alcune operazioni. La preparazione della tomaia e lโ€™approntamento, appunto, dello spago.Cominciamo da questโ€™ultimo, che doveva essere di consistenza e, quindi, di resistenza, varie a seconda dellโ€™uso, che se ne doveva fare. Il tutto derivante del numero dei capi con cui lo โ€œspagoโ€ stesso era stato formato. Ma come si preparava questo โ€œspagoโ€? Posto sul bancariello il gomitolo, aperto dalla parte interna, vi si tirava fuori tanto filo rapportato alla lunghezza delle due braccia spiegate, sรฌ da fare capi di circa mt. 1,50 ognuno. Si riunivano, poi, 4 o 5 o piรน capi, ritorti man mano per rendere il tutto omogeneo. Il capo complesso, cosรฌ formato, veniva, poi, passato con la โ€œpece grecaโ€, che lo irrigidiva e rendeva impermeabile: cosรฌ fatto, le due estremitร  venivano sfioccate per potervi applicare le โ€œsetoleโ€, cioรจ baffi di cinghiale o anche di maiale, aventi funzione di aghi per introdurre, dai due lati, i capi dello spago stesso nei fori prodotti, nelle suole da unire, dalla poco innanzi ricordata lesina o โ€œsugliaโ€ e procedere, cosรฌ, alle cuciture. Per la preparazione della tomaia, poi, venivano utilizzate le sagome di carta resistente, in varie misure, che erano infilate ad un chiodo sulla parete. Su di esse, poggiate sulla pezza di vacchetta si ricavavano, col trincetto, le varie parti di tomaia: quella anteriore, costituente, di fatto, un grosso mascherino, e le due latero-posteriori, unite, poi, con una cucitura a tergo e, poi, insieme alla parte anteriore. La tomaia era cosรฌ formata e pronta per essere utilizzata.Il maestro, poi, procedeva, alla scelta del cuoio per le suole: la parte migliore era della sommitร  della groppa: tagliatane quanta sufficiente, abbozzandone sommariamente la forma, questa veniva, per qualche tempo, posta a bagno nello innanzi ricordato braciere, pieno dโ€™acqua, per ammorbidirla al punto da poterla agevolmente lavorare dopo averla battuta, non dal verso liscio, con la parte rotonda della coda del martello, su quel ferro da stiro, senza manico, giร  descritto, poggiato su un ginocchio dellโ€™operatore.Altro elemento da preparare era, poi, il c.d. โ€œguardiuoloโ€, cioรจ la striscia di cuoio, anche se non della migliore qualitร , lunga circa 50/60 cm. e larga circa 5, che veniva tagliata, di piatto, trasversalmente, sรฌ da aversene, per ognuna, due, della stessa lunghezza, ma di forma triangolare, con uno dei lati ridotto quasi a zero. Sono stato comprensibile?Tutto preparato, si prendeva la forma in legno, della misura occorrente. Vi si fermava, sotto, con pellame morbido, quella che doveva diventare la โ€œchiantellaโ€, cioรจ la fodera interna, di sotto, definitiva della scarpa e vi si adattava, poi, fermandola con alcuni chiodini, la tomaia, nel frattempo predisposta.A questo punto si dava inizio alla costruzione vera e propria della scarpa e, per ogni elemento del paio, si procedeva, se mal non ricordo, nel modo seguente.Un โ€œguardiuoloโ€, spugnato, si fermava provvisoriamente, con chiodini lisci e tondi (non le โ€œsemenzelleโ€), quasi ad aureola, al bordo della tomaia, il lato piรน spesso e raggrinzendo, nella parte interna il lato piรน sottile: si otteneva, in tal modo, un bordo in rilevato, sul quale si procedeva alla cucitura, previa incisione del trincetto, con lo โ€œspagoโ€ giร  preparato, della tomaia, togliendo, man mano che si procedeva, i chiodini tondi. Cosรฌ per tutto il bordo esterno della pianta della futura scarpa. Si otteneva in tal modo, al grezzo, un primo embrione del manufatto, costruito sulla forma in legno. La tomaia, cioรจ, unita al guardiuolo e alla chiantella, residuando, perรฒ un largo incavo, al centro, costituito dalla differenza tra lo spessore dei tre elementi adoperati e quello della sola chiantella. A questo punto occorreva compiere unโ€™altra operazione e, anche per questa, si distingueva il buon artigiano dagli altri: egli teneva sempre conservate delle vecchie scarpe fini, giร  usate e destinate allo sfascio: sfruttando, perรฒ, delle stesse le tomaie, che allโ€™epoca erano di pelle di capretto o di vitellino, le tagliava in pezzi e le fermava, con colla, nellโ€™incavo, di cui innanzi, sรฌ da formarvi quasi un cuscinetto morbido e resistente, che non si infradiciava, per effetto dellโ€™umiditร , come il comune cartone, da altri usato.Veniva poi compiuta unโ€™ultima operazione veramente importante per la struttura della scarpa: lโ€™applicazione, mediante una seconda cucitura, sempre previa incisione di un solco col trincetto, e con un altro spago, della suola vera e propria (preparata con la battitura, come poco innanzi ricordato) al guardiuolo, che giร  teneva fermo il bordo, intorno intorno, della tomaia; ciรฒ per tutta la circonferenza della scarpa.Ma qui lโ€™opera non era affatto compiuta: occorreva la rifinitura del bordo, la costruzione e lโ€™applicazione del tacco, la lucidatura della suola e lโ€™applicazione del chiodame, le c.d. centrelle, di varia forma, consistenza e tipo a secondo della parte della suola o del tacco da proteggere.Ricorderรฒ quanto il maestro compiva per rifinire ogni scarpa:-veniva, in primo luogo, usato, per la prima sgrossatura o appianatura del bordo di suola, guradiuolo e tomaia, il trincetto; poi si passava di taglio, una scheggia di vetro per completarla di fino. Dopo, divisi artisticamente i punti con la rivettatrice riscaldata alla fiamma di una candela, si utilizzavano: per il bordo, il โ€œpiede di porcoโ€ e, per la parte piana della suola, quella specie di piccolo matterello, di cui non ho ricordato nemmeno nella descrizione dellโ€™attrezzatura, il nome. Tali arnesi, abilmente manovrati e con lโ€™ausilio sempre di un poโ€™ di saliva, rendevano lucide le parti trattate; -il tacco veniva costruito ed applicato con una tecnica particolare, evitandosi (perchรฉ?) lโ€™uso di chiodi di ferro. Per fermare i vari pezzi di suola, opportunamente ritagliati e sagomati, si traevano dei chiodi da un pezzo di canna, lunghi 2-3 cm., quasi cuneiformi, e li si utilizzava per la costruzione del tacco, che, cosรฌ completato, veniva rifinito con la stessa tecnica del bordo e della suola;-venivano applicati, poi, dei grossi chiodi a testa grossa, le โ€œcentrelleโ€, a difesa della suola e del tacco (ma che dopo qualche tempo cadevano, siccome liberate per la dilatazione delle suole per effetto dellโ€™umiditร  e, quindi, occorrevoli di periodiche sostituzioni): tali centrelle di varia misura e tipo, potevano essere piccole, di testa piana, chiamate โ€œvitarelleโ€, che guarnivano, di norma, la parte centrale della suola con un bel disegno, quasi romboidale, ovvero piรน grandi, con zigrinatura al bordo, chiamate โ€œcaporicceโ€, che venivano apposte, intorno intorno, alla parte periferica della suola. Per il tacco venivano anche usate delle punte semitonde, in lamina di ferro, applicate con chiodini, ai due capi della scarpa, ma con nessun risultato.Per concludere lโ€™opera, venivano, ai bordi superiori dellโ€™apertura della tomaia, applicati, previa foratura del diametro occorrente, con una speciale macchinetta a mano, gli โ€œocchielliโ€ metallici, entro i quali, per chiudere la scarpa, si infilavano i legacci o โ€œlacciโ€, rigorosamente di pelle.La descrizione dellโ€™operazione di manifattura di tali lacci puรฒ degnamente concludere questi ricordi. Predisposto un pezzo di vacchetta, perfettamente rotondo (si usava una sagoma o il compasso), di non piรน di 10/15 cm. di diametro, vi si eseguiva un piccolo intaglio, non perpendicolare, in un punto del bordo. Si afferrava il capo con due dita e si piazzava la parte piรน piccola, tagliente, di un trincetto: con gesto rapido e deciso, il maestro tirava a sรฉ la punta stessa; girando il tondo di pelle, mirabilmente, si formava una spirale perfettamente omogenea, lunga quanto si voleva (dipendeva dal diametro del tondo predisposto) e di sezione quadrangolare, di 3-4 mm. che si rendeva poi tonda o quasi, passandola tra due tavolette di legno sfregate tra di loro.Per chianelle da donna, le operazioni erano le stesse anche se, naturalmente, piรน semplici. Si passava, infine, sulla parte esteriore della tomaia la candeletta di sego di bue, per cucirla e mantenerla morbida.E cosรฌ erano pronte, per essere calzate e usate, sulle pietre e nei terreni impervi delle nostre zone, poco meno di un secolo fa, le scarpe da lavoro, costruite dai nostri bravi e pazienti maestri!โ€1/5/2008 – Guido Dโ€™Alessio

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