Prof Gaetano Puca
Nel 1243 al Papa Celestino IV succedeva il genovese Sinibaldo Fieschi, che prese il nome d’Innocenzo IV, con il quale Federico cercò subito di avviare trattative. Il Papa Innocenzo IV partì da Roma per Lione, convocò un Concilio e con sorpresa di tutti scomunicò Federico, dichiarandolo decaduto dai suoi regni e liberando i vassalli da ogni obbligo di fedeltà e di vassallaggio. La scomunica segnò la rottura di ogni trattativa tra l’imperatore e il papa. Gran parte della nobiltà del regno si schierò a favore del papa, anche se molti dei congiurati appartenevano alla cerchia dei più intimi amici dell’Imperatore. Tra questi vi erano in testa i conti Guglielmo e Tommaso della potente famiglia Sanseverino, con tutti i loro parenti ed i loro vassalli, Teobaldo, Riccardo e Roberto Fasanella, fratelli di Pandolfo, con i cugini Matteo e Demetrio Fasanella, Gisulfo di Maina e Bartolomeo di Alicio, signore di Pisciotta, Francesco Guglielmo, secondo figlio di Guglielmo di Postiglione, Goffredo Della Morra ed altri che presero parte alla congiura contro l’imperatore che passò alla storia appunto col nome di congiura di Capaccio, città governata dai Sanseverino che l’avevano in feudo. Federico si trovava a Grosseto, impegnato nella guerra contro i milanesi, e il conte di Caserta, marito di una sua figliola naturale, lo avvisò. L’imperatore si affrettò a tornare nel regno. Alcuni dei congiurati, come Pandolfo Fasanella e Jacopo della Morra, si posero in salvo presso lo stato pontificio, altri, ritenendo di non poter resistere all’imperatore e ai suoi fedeli, si rinchiusero nei castelli di Sala e di Capaccio. Sala fu subito conquistata dai feudatari rimasti fedeli a Federico che, giunto nel regno, nel 1246 assediò Capaccio. I Sanseverino si fortificarono nell’inespugnabile Castello e continuarono a difendersi, allorché per la mancanza di piogge, venne del tutto a mancare l’acqua nell’ enorme cisterna esistente. L’assedio durò oltre cinque mesi e l’esercito di Federico II usò tutti gli accorgimenti e tutte le tecniche militari, comprese le catapulte, e, alla fine, Capaccio fu espugnata. Walter Okra in una lettera al re d’Inghilterra ci tramanda che ai congiurati fatti prigionieri, prima della morte, furono cavati gli occhi, troncato il naso, le mani e le gambe. La tradizione orale tramanda, ancora oggi, che i ribelli furono messi in un sacco con un cane e ad una vipera e lanciati dal monte Calpazio.

Lascia un commento