Marco Pantani

di Ottavio Marandino

Il 2 agosto del 1998, ventisette anni fa, Marco Pantani vinceva il Tour de France, coronando una strepitosa rimonta nelle ultime tappe di montagna. E realizzando una memorabile doppietta, dopo aver vinto anche il Giro d’Italia.
Poi, sappiamo tutti com’è andata… 😔

A me piace ricordarlo così, con “Il sogno del Pirata”, un racconto breve che ho scritto qualche anno fa, ma che mi fa venire ancora i brividi, ogni volta che mi ricapita tra le mani…

Il sogno del “Pirata”

Che questa salita fosse dura lo sapevo da un pezzo, ma non mi è sembrata mai così dura come oggi. Sarà che l’ho fatta da solo per la prima volta, sarà che c’è un sole a picco da spaccare la pelle, ma sento montare su una stanchezza mai provata, nonostante la dose doppia di integratore salino. Eppure questo senso di spossatezza mi piace, mi appaga. Adesso appoggio la bicicletta all’albero e mi sdraio un po’ a terra, così mi godo questi attimi di pace, assoluta e meritata.

Ma, prima, vorrei sapere chi è quello laggiù che sale.
Da quassù sembra poco più che una formica. Dai, ragazzo, che c’è da faticare ancora un bel po’, prima di arrivare in cima. E come sempre non è il traguardo quello che conta veramente, ma è il percorso che farai per arrivare, il cammino, l’impegno, la fatica che ci hai messo per raggiungerlo che ti restano veramente dentro, come una cosa tua, una conquista tua che nessuno potrà mai portarti via, e bla bla bla…
Curva dopo curva, tornante dopo tornante, goccia dopo goccia di sudore, a bagnare questo asfalto arso dal sole. Fatica pura, dosata con sapienza, quasi centellinata, per poterla assaporare al meglio, su su fino in cima.
Dai, ragazzo, su! Però…, sembra messo bene in sella, ora lo vedo bene.
Altro che faticare, sembra quasi scivolare giù per la salita, se fosse possibile.
Va su da dio, in punta di sella e poi, quand’è il momento giusto, si alza sui pedali e dà uno strappo.
Sembra quasi di vedere il grande… ma no. È solo uno che gli somiglia.
Ma dev’essere uno proprio fanatico, guardalo lì, porta pure la bandana gialla.
Ora che arriva su, gli chiedo da dove viene, così qualche volta ci alleniamo insieme, io lui e Gianni.
Ormai ci siamo, ancora un paio di tornanti.
Si alza ancora sui pedali e spinge: sembra non farla tutta quella fatica che ho fatto io, e sembra esaltarsi come in mezzo a due ali di folla in delirio.
Eccolo, adesso è in fondo al rettilineo. È ancora sui pedali, le mani sulla parte bassa, ricurva del manubrio… proprio come lui.
E come lui strappa ancora, e strappa la gomma sull’asfalto, sotto ogni pedalata, rotonda e vigorosa, mentre il telaio si dimena a destra e a sinistra, come un pesce che non vuole rassegnarsi all’amo lì, al largo, nel mare di Romagna.
Ma che fa adesso… butta via la bandana, crapa pelata, e scatta per fare la volata. Adesso lo sforzo è massimo, la smorfia è quasi di dolore, lo sguardo oltre la linea del traguardo, e lui spinge ancora, e ancora, fino in fondo.
Mi passa vicino quasi volando. Cristo, ma non può essere lui…
Le sue ali alzano il vento. E io sento i brividi sotto la pelle e un fischio all’orecchio, quasi assordante.
– Allora, campione, sei su? Ce l’hai fatta a salire da solo, senza di me?
– … Ahhh, sei tu Gianni, vecchia sòla. Se aspettavo te stavo fresco.
– Ma che, hai la voce impastata di sonno? Non stavi mica dormendo? Di’ la verità: è stata dura da solo, eh?
– Guarda che ti è andata di lusso a non venire proprio oggi: avresti mangiato più polvere del solito.
E poi… non sono venuto su da solo.
– Ah no? E chi c’era lì con te?
– Lasciamo perdere, va… tanto non mi crederesti.
 

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