di Enzo Di Sirio
Le colture agricole della Piana di Capaccio Paestum, per caratteristiche del terreno e per la presenza di grandi proprietà fondiare, furono sin dall’antichità di tipo estensivo.
Prevalente su tutte fu sempre quella cerealicola ed in età medioevale furono coltivati anche orzo ed avena.
Sulle qualità di grano coltivate in età contemporanea ci illumina un rapporto del 1808 dell’amministrazione comunale all’Intendenza. Si coltivavano tre diversi tipi di grano: Risciola, Mischio e Sargolla.
Il grano sin dal medioevo era ampiamente commercializzato verso Salerno ed addirittura in tutto il mediterraneo occidentale, in particolare verso il Nord Africa attraverso la mediazione dei mercanti atranesi ed amalfitani.
Pare poi che sin dal medioevo vi furono tentativi di sfruttare l’abbondanza di acque della Piana con l’introduzione della coltura del riso.
L’orticoltura e la frutticoltura erano anch’esse praticate, in particolare nelle piccole e medie proprietà, ma destinate prevalentemente all’auto consumo.
Quanto all’allevamento solo dal XVIII secolo l’allevamento bufalino caratterizzerà la nostra Piana in concomitanza con la chiusura a difesa delle proprietà agricole dei maggiori possidenti, che raggiungerà il suo apice con l’eversione della feudalità e dei beni ecclesiastici.
Precedentemente era prevalente l’allevamento bovino anche se non in funzione prettamente commerciale.
Sicuramente le vicende umane ed i fenomeni naturali ebbero un importante impatto sul nostro territorio.
A partire dalla Guerra del Vespro si susseguirono una serie tremenda di circostanze terribili (guerre, epidemie e carestie) che portarono allo spopolamento della Piana ed il conseguente peggioramento delle sue condizioni ambientali per la mancata azione migliorativa dell’uomo.
Probabilmente è a seguito di tali circostanze che la malaria divenne endemica nella Piana di Paestum.
Altra conseguenza è il progressivo spostamento dei Capaccesi da Caput Aquis (Capaccio Vecchia) a quell’insieme di casali, che sin allora era denominato San Pietro di Rodigliano o Li Casali di San Pietro, che si completerà a meta XV secolo.
È solo infatti dalla fine del quattrocento che i Casali di Rodigliano, saranno denominati come Capaccio (Nuova).
Ma la Piana continuerà ad essere frequentata, abitata soprattutto stagionalmente, quale luogo di rilevanti interessi economici.
Ma anche in epoche più vicine a noi non mancarono mai altre vicissitudini.
Nel 1824 vi fu l’invasione di un insetto che attaccava gli alberi fruttiferi divorandone i frutti.
La Società Economica identificò l’insetto in uno “scarafaggio”, Scarabaeus Ampelophosus, riuscendo anche ad individuare il modo di distruggerlo.
Anni dopo sembrò che la sfortuna volesse perseguitare ancora una volta Capaccio.
Una invasione di cavallette toccò non solo Capaccio, ma anche le vicine Agropoli ed Eboli.
L’8 maggio 1896 il sindaco Maida scrive al Prefetto informandolo che le cavallette infestano un area ben superiore gli 800 ettari aggredendo le coltivazioni in particolare quelle di grano.
Temeva poi, che gli insetti una volta sviluppati, avrebbero invaso il triplo del territorio già aggredito e con la deposizione delle uova sarebbe stato messo in pericolo anche il raccolto dell’anno successivo.
L’allora ministro dell’agricoltura, Francesco Guicciardini, inviò sul posto l’entomologo, Antonio Barlese, docente di zoologia generale ed agraria nella Scuola superiore di agricoltura di Portici, che riuscì a debellare l’invasione delle cavallette.
Insomma tutto bene ciò che finisce bene.

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