di Oscar Nicodemo
“Sono preoccupato, non mi vedo rientrare.” È il titolo di una pièce che finalmente ho portato al termine, dopo una lunga elaborazione. Il concetto che la frase racchiude fu espresso dal personaggio stesso che mi ha ispirato e a cui è dedicato questo lavoro: Luigi Tenco, magnifico cantante e complesso artista degli anni ’60. Fu il primo a conferire una “letteratura” alla canzone italiana, stravolgendo il verso, esibendo una tonalità intimistica e innalzando a dismisura il valore delle parole, semplici e profonde, immediate ed empatiche. Raccontare il cantautore genovese, ben al di là di qualsiasi biografia, attraverso congetture e riflessioni che hanno l’ambizione di rappresentare la sfera del verosimile a lui congeniale è la sfida di questa scrittura per il teatro, dove sono ben evidenti le tracce di diverse canzoni dell’autore, da “Ciao amore ciao” a “Ho capito che ti amo”. Per me Luigi è stato un uomo impegnato in anticipo sui tempi, il poeta della canzone che ha saputo parlare d’amore e riporre fiducia nella speranza per un mondo migliore, anche quando la disperazione faceva avvertire tutta la sua pesantezza, combattuto com’era tra la ricerca del successo e la disciplina della sperimentazione. Arrabbiato e malinconico, a 28 anni ha salutato e detto addio. Mi dico certo che sarebbe stato un creativo poliedrico, magari anche uno scrittore, o un cineasta. E nella pièce gli faccio dire: «Vorrei cogliermi in una espressione di grazia e bearmi della mia gaiezza, senza esserne sistematicamente contagiato. Eh, sì, mi farebbe sentire oltremodo al di là della felicità, non fuori, o escluso da essa.»

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