L’abbraccio dell’algoritmo e la fine lenta della democrazia

Di Domenico Cavallo

Figli, figliastri, mogli, cugini, nipoti, fratelli. La politica, oggi, è tornata a essere famiglia. Non in senso astratto o simbolico, ma nella sua accezione più brutale: potere che si trasmette per sangue, per vicinanza, per fedeltà domestica. Siamo di fronte a una degenerazione della rappresentanza democratica, dove la cooptazione ha sostituito la selezione del merito, e il voto non è più uno strumento di scelta, ma di conferma di assetti già decisi.

Nel frattempo, un altro potere silenzioso si è affacciato nelle nostre vite: l’algoritmo. Non urla, non impone, non costringe. Accarezza. Si prende cura della nostra attenzione, ci vizia con contenuti su misura, ci accompagna in un mondo dove non esiste conflitto, solo conferme. L’effetto è quello della cottura a fuoco lento: perdi il senso critico, smarrisci la voglia di reazione. Non ti svegli prigioniero. Ti ci addormenti.
È così che la democrazia muore oggi. Non sotto colpi di Stato, ma tra like, notifiche e indignazioni telecomandate. Come in un videogioco, dove ogni partita si può ricominciare, si ha l’illusione del controllo. Ma nella realtà, la politica non offre seconde occasioni. Se la perdiamo, se la lasciamo svuotare di senso, non c’è “restart”. Solo macerie.

La Campania, come molte altre regioni italiane, è il laboratorio avanzato di questo meccanismo perverso. Una terra ridotta a feudo, dove la politica è diventata uno strumento di perpetuazione del potere familiare, un’industria che produce fedeltà invece di progresso. I cittadini? Spettatori. O tifosi. In un’arena dove la scelta non è tra idee, ma tra nomi ereditati.

E intanto, a Bruxelles come a Roma, cresce una tecnocrazia autoreferenziale, che decide tutto e non risponde a nessuno. Parlano lingue incomprensibili, votano regolamenti che incidono sulle nostre vite, ma non ascoltano più le comunità. La democrazia che nacque ad Atene, oggi si svuota in Europa. Perché se i popoli sono disattivati, la politica smette di essere partecipazione e diventa amministrazione del consenso.
Se non difendiamo la libertà, tutto viene compromesso: l’imprenditoria soffoca nella burocrazia e nel ricatto; l’arte perde la sua forza critica e si riduce a propaganda; la scuola diventa un serbatoio di sudditi e non di cittadini; perfino la famiglia, pilastro della società, si svuota di senso sotto il peso delle dipendenze economiche e culturali. 

Ecco perché servono cittadini attivi. Serve istruzione, consapevolezza, esercizio del dubbio. Serve spezzare l’ipnosi dell’algoritmo e il ricatto del bisogno. Perché chi è libero nella testa, può essere libero anche nel voto.

Se non vogliamo diventare sudditi senza accorgercene, dobbiamo tornare a seminare pensiero critico. E ricordarci che la libertà non si eredita, si difende. Ogni giorno.

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