di Domenico Cavallo
Viviamo in un’epoca in cui la politica non forma cittadini, ma tifosi. Il dibattito è morto, sepolto sotto una valanga di informazioni, mezze verità, fake news e post virali che non cercano consenso ragionato, ma reazioni impulsive. L’algoritmo fa il suo lavoro: ti mostra ciò che vuoi sentirti dire, rafforza le tue convinzioni, ti rinchiude in una bolla dove l’altro diventa nemico, non avversario.
Così, le persone si trasformano in ultras della politica: non contano le idee, ma la fedeltà. Indossi la maglietta della tua squadra e, da quel momento, sei pronto a difenderla a prescindere, anche se tradisce i tuoi interessi, anche se mente, anche se fallisce. L’importante è appartenere.
La politica, nel frattempo, ha capito il gioco: non ha più bisogno di convincere, ma solo di convertire. Cerca adepti, non elettori. E la fila è lunga. Tutti in cerca di un selfie col politico di turno, come se fosse una star, un’icona da esibire più che una figura da interrogare.
È in atto una vaccinazione mentale di massa, un processo lento ma costante di anestesia della coscienza civica. Si insinua ogni giorno nei nostri telefoni, nei discorsi quotidiani, nei programmi televisivi. Si chiama effetto gregge: non pensi più, segui. Non scegli, ti adegui. Non voti per cambiare, ma per appartenere.
Ma la democrazia non è appartenenza cieca. È scelta, dissenso, responsabilità.
E io continuo a votare, non a prendere voti come un prete. Perché la libertà di pensiero è l’ultima difesa che ci resta.
Io in politica voto, non ho preso i voti

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