di Domenico Cavallo
Giovani in fuga: quando il talento diventa merce di scambio politico
La Valle del Calore ha perso la sua generazione più preziosa: i giovani. Non per caso, non per noia, ma per necessità. Perché qui, chi nasce con un’idea, con una visione, con voglia di fare, si scontra subito con un sistema opaco, chiuso, conservatore.
Non è solo la mancanza di lavoro a spingere i giovani a partire. È l’assenza di opportunità reali, la certezza che il proprio futuro sarà determinato più dalle clientele che dal merito. In questo contesto, il giovane diventa una merce di scambio politico, utile solo durante la campagna elettorale, sacrificabile subito dopo. La parola “meritocrazia” è rimasta uno slogan, mai diventata prassi.
Le istituzioni locali non hanno mai creato un terreno fertile per l’autoimpiego, per l’innovazione, per le start-up. I finanziamenti pubblici vengono promessi, ma raramente erogati in tempi utili. E il credito privato è un ostacolo insormontabile: tra richieste di garanzie impossibili e procedure degne di una banca in Carinzia, anche un’idea brillante viene strozzata in culla.
Chi resta, spesso, si adatta a sopravvivere in un sistema dove i ruoli decisionali sono blindati da cordate politiche e dove l’accesso al potere – anche quello economico – è ereditario, non conquistabile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: paesi svuotati, bar chiusi, università piene… di giovani che non torneranno.
Ripensare lo sviluppo della Valle del Calore significa prima di tutto restituire spazio ai giovani. Dare credito – in tutti i sensi – alle idee. Smantellare il sistema di scambi opachi che ha sostituito la progettualità con l’appartenenza. Perché se i giovani scappano, non è colpa loro. È colpa di chi ha tolto loro la possibilità di scegliere.

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