di Francesco Raeli
Un’Italia silenziosa, che pedala ogni giorno, esiste già. È fatta di lavoratori che usano biciclette elettriche per raggiungere campi e cantieri, per custodire mandrie o trasportarsi verso occupazioni che, senza di loro, resterebbero vuote. Sono spesso giovani migranti, invisibili ai riflettori, ma fondamentali per l’agricoltura e per l’economia di prossimità.
Eppure il dibattito pubblico si concentra su un dettaglio: capire se quelle biciclette viaggino a 25 chilometri orari o poco più. Mentre la legge dovrebbe garantire uguaglianza, l’attenzione si sposta su un confine burocratico che rischia di diventare uno strumento di esclusione. Così molti ragazzi vengono fermati e “appiedati” proprio mentre si recano a svolgere quei lavori che altri rifiutano.
La mia idea del vivere sociale è diversa: mi è capitato un giovane con il sequestro di una bici elettrica, unico mezzo di locomozione per recarsi nei campi nell’Ebolitano. Non capiva nemmeno il perché gliel’avessero tolta. Per lui quella bicicletta era molto più di un mezzo: rappresentava la sua libertà di spostarsi, la possibilità concreta di raggiungere il lavoro, l’unico strumento di dignità quotidiana.
Il nodo è etico e sociologico: una società che tollera parcheggi selvaggi, rumori molesti, abusi edilizi e disordine urbano, ma si accanisce sui mezzi di chi sta in basso nella gerarchia sociale, mostra un uso selettivo delle regole. La giustizia non può misurarsi solo sul dato tecnico, ma sull’equità della sua applicazione.
Stabilire un ordine delle priorità significa guardare ai problemi reali e condivisi: sicurezza stradale, qualità dell’aria, vivibilità dei centri urbani. Solo allora si potrà discutere anche dei limiti di velocità delle biciclette elettriche, ma senza ipocrisie e senza creare nuovi margini di esclusione.

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