di Oscar Nicodemo
ll rudere che ieri ho fotografato, preferendone la versione in bianco e nero, è uno storico immobile, detto “Casello 21”, un’ex casa cantoniera, con accesso dalla via Porta Sirena, così denominata in riferimento alla porta a est dell’antica città di Paestum, situata nelle immediate vicinanze dell’edificio in rovina. È stato acquisito a patrimonio dal Comune di Capaccio Paestum nel dicembre 2022, tramite un atto di vendita con Rete Ferroviaria Italiana S.p.a. Nelle intenzioni sarebbe dovuto diventare un presidio culturale con un’apposita area museale, così come suggeriva il compianto Sergio Vecchio, artista pestano che ha allestito mostre in Europa e negli Stati Uniti.
L’avanzo della struttura, nel suo stato di sfacelo, rappresenta come meglio non si potrebbe la decadenza culturale di un intero territorio, che non riguarda solo Paestum e dintorni, ma un’intera regione, dove in tempi normali e ragionevoli si evocherebbe il ripristino di un sistema di valori in cui l’attuale deselezione delle classi dirigenti non troverebbe ragione di esistere. L’elemento deculturale, qui, assurge a scettro di comando e finanche a competenza specifica. Va da sé che una delle aree più significative del meridione e della nazione manchi di un élite educativa che fornisca interpretazioni socio-politiche attinenti e nuove soluzioni alle complicazioni della realtà contingente. Nei luoghi di Parmenide, oggi, si pensa poco e male, mentre il cosiddetto attivismo culturale resta poco più che un passatempo ricreativo per volenterosi invischiati in un’approssimazione evidentissima, che talvolta riserva motivi simpatici e divertenti nella sua genuina ristrettezza. A raggiungere livelli di straordinaria oscenità, invece, sono diverse iniziative istituzionali, che sviliscono in maniera disarmante la tradizione dei siti storici, dove insistono deprimenti premi di poesia e ogni sorta di papocchio accompagnato da pretese artistiche: dai concerti al teatro. E in questo tripudio di finezza e sensibilità, ognuno si dichiara innamorato del mitologico e favoloso Sud, inneggiando a una bellezza di cui non si è per niente consapevoli. Diversamente, non ci si permetterebbe di mancare di rispetto all’estetica dei suoi luoghi più sintomatici, apparecchiandovi spettacoli minimi, inadeguati, estranei al gusto. Tanta gente avrà assaggiato tutte le prelibatezze della cucina autoctona, senza tuttavia gustarne il retrogusto antropologico dei sapori; avrà fatto il bagno tra le insenature dove il mare è più omerico, senza tuttavia avvertire la presenza del Mito; avrà visitato le rovine delle civiltà che hanno influenzato il pensiero occidentale, senza tuttavia avvertire lo spirito di quelle genti universali. Povera patria! Così, per dire.

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