. di Oreste Mottola
“La maestra Enza non c’è più”. Di Enza, la maestra capace di vedere il talento nei suoi piccoli allievi parlò già Gianfranco Di Fiore, in quel suo romanzo che concorse allo “Strega”. Enza, di Legambiente. Enza, la cattolica, anima dei primi movimenti che reclamavano il rinnovamento radicale della politica e anche della religione con lei che era la nipote di monsignor Guazzo, Enza l’insegnante rigorosa ed impegnata. Enza, la giornalista che non cercava in maniera velleitaristica e vanesia il proscenio. Fino alla fine ho sperato che questa fosse una notizia non vera. Non è stato così. E Capaccio perde un’altra sua anima.
Fu l’avventura del settimanale “Unico” a farmi conoscere Enza Marandino e la sua famiglia. Loro, provenienti dalla prestigiosa esperienza del periodico “Menabò” ci introdussero tra la migliore intellettualità capaccese di provenienza repubblicana e che , con il sindaco Pasquale Marino, aveva unito chi pur proveniente dai partiti tradizionali si apriva al nuovo. Su tutti dominava il prestigio dei Sergio Vecchio, Gigino Di Lascio, Peppino Liuccio. Con un certo timore noi, penso sia stata anche l’esperienza di Bartolo Scandizzo, che venivamo da più modeste esperienze di paese ci “mischiammo” con la loro più consolidata esperienza. Incontrammo così Pietro De Rosa, Vincenzo Cuoco ed Oscar Nicodemo. Scivoloni giudiziari a parte, fu bello anche il rapporto con Nicola Ragni. Fu questo “mix” a regalarci – anche grazie a Tonino Palmieri – altri dieci anni di impegno culturale prima che politico e giornalistico. Bartolo organizzò l’impresa editoriale ed io cercai di immettervi il mio know giornalistico che mi portavo appresso, più “marcato” Collina degli Ulivi” che “Il Mattino”. Enza, in questa storia, si scelse un profilo basso ma prezioso. Con Enzo Cuoco, revisionava i testi che noi – per la maledetta fretta che gira nelle redazioni- spesso “buttavamo in pagina” come si fa con la pasta che doveva bollire per andare in tavola. Io, che avevo il ruolo di fare i titoli edinventarmi delle didascalie sotto le foto, e quindi li leggevo in fretta, raccontai di questo mio disagio. Fu Enza, nella sua autorevolezza, a raccogliere questo mio grido di dolore ed a ritagliarsi, con Enzo (grazie, oggi per allora) questo compito di revisione editoriale, Quando in redazione arrivarono anche Marianna Lerro e Daniela De Martino, nonchè Diodato Buonora e Tiziana Troisi, potevamo vantarci di aver formato un gruppo di lavoro che averlo smantellato è stato un vero delitto. Per la verità cominciò la sorte ad accanirsi contro di noi sottraendoci Sergio Vecchio, Gigino Di Lascio, e poi Liuccio ed anche io uscii “malino” dalle mie vicissitudini sanitarie e Lucio Capo fece solo finta di voler diventare “Postino” per tornare tra di noi. . Unico finì ingloriosamente nella polvere e non ci siamo più visti con Enza e suo marito Angelo Fasano. Apprendemmo della tragica morte della giovanissima figlia, ma già non eravamo un gruppo. Ciao, maestra Enza, per me è stato un privilegio l’averti incontrata ed insieme con te, la Capaccio migliore, quella ripiegata nelle “Officine delle sconfitte”, come splendidamente raccontava Sergio Vecchio.

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