Testo di Oscar Nicodemo
Nessun altro, se non lui, avrebbe potuto scrivere: “La bellezza non si può criticare. La bellezza non è la critica. Io non sono la critica. La critica è sfoggio di intelligenza. Io non faccio sfoggio di intelligenza. Io mi faccio bello.”
Vaslav Nijinskij, è considerato uno dei ballerini più dotati della storia, in virtù di straordinarie capacità tecniche e per l’intensità che riusciva a imprimere alle sue caratterizzazioni, che assumevano una rara grazia sensuale.
La svolta della sua vita è data dall’incontro con Sergej Diaghilev, esponente dell’élite di San Pietroburgo e ricco mecenate, nonché promotore delle arti visive e musicali russe all’estero, in special modo a Parigi. Nel 1909, Djaghilev organizzò la tournée parigina di una compagnia di ballo, di cui Nijinskij e Anna Pavlova erano le étoiles, creando, così, la rinomata compagnia “Les Ballets Russes”, la più famosa dell’epoca. Nijinskij introdusse nei suoi spettacoli motivi di una modernità stupefacente, che forniranno alla danza del ‘900 gli stimoli necessari a un rinnovamento.
Ma, su un talento straordinario e un animo completamente fuori dai paradigmi dell’epoca incombeva la follia, che costrinse l’artista, non ancora trentenne, al ritiro dalla scena. Rinchiuso in un manicomio, si dedicò alla scrittura: nei suoi diari scrisse di sogni e visioni, ideali e insegnamenti per i posteri. Frasi secche e piroette verbali, impensabili per chiunque. E, ancora, pas de deux sul dolore e l’amore, la passione e la speranza. Ecco, le sue sono parole danzanti, ritmate e cadenzate in vaneggiamenti virtuosi che danno corpo a un linguaggio disturbato, ma non privo di poesia, attraverso il quale Nijinsky afferma candidamente di essere Dio.
Nijinsky, l’anomalia di Dio

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