Lo si nomina quasi sempre a sproposito, talvolta per vezzo, e altre finanche a mò di bestemmia (come nel caso di Gennaro Sangiuliano, ex Ministro della Cultura del paese, che definì Dante “di destra”), tranne quando servirebbe per illuminarci sul nostro presente. Io non sono un dantista e un profondo conoscitore della sua opera, ma ne ho frequentato uno (Federico Sanguineti), per quel che ho potuto, che in qualche modo mi ha insegnato a valutarne la perenne attualità. In tanti sapranno che la Divina Commedia è intrisa di una profonda critica verso il costume politico e sociale del tempo, inclusa la manipolazione, il cambiamento e l’inosservanza delle leggi per interesse personale o fazioso. Dante era un convinto sostenitore della necessità di leggi oneste e appropriate per il mantenimento della pace e la giustizia, vedendo nell’instabilità normativa un segno di corruzione e decadenza.
Per il Poeta, come per tanti di noi, chi stravolge le leggi per il proprio vantaggio personale viola l’ordine naturale e sociale. (Inferno, Canto II).
Insomma, per Dante, la manipolazione delle leggi non è solo un errore tecnico, ma un peccato che rientra nella frode (ottavo cerchio), poiché trasforma la convivenza civile in un luogo di inganno e disordine. Mi pare non possano esserci dubbi, il padre della nostra lingua, e, pertanto, di un costume morale che si erge a modello, al referendum sulla Giustizia avrebbe votato No!
Dante e il referendum sulla giustizia di Oscar Nicodemo

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